«Oggi la Comunicazione
non deve essere ingessata»

L’Istituto tecnico turistico Livia Bottardi ha avuto l’onore e il piacere di intervistare il giornalista Michele Cucuzza, per una volta dalla parte opposta del microfono. Si è parlato della sua carriera, della sua vita privata e della biografia di Steve Jobs da lui curata, un lavoro che abbiamo grazie alla Curcio editore e che Cucuzza ha reso molto gradevole alla lettura.

Allora, Michele Cucuzza, perché tra tanti «grandi» ha scelto di raccontare proprio Steve Jobs e non magari Bill Gates?

Steve Jobs è morto 10 anni fa, quindi lo stanno ricordando un po’ tutti, il Corriere della Sera, i quotidiani, le televisioni. Così la Curcio mi ha chiesto di scrivere una biografia, che poi sarebbe diventata una graphic novel, e ho colto con molto piacere questa opportunità. Ricordatevi che Jobs ha cambiato il nostro modo di comunicare e quindi, di conseguenza, ha cambiato il mondo, così come lui voleva fare.

Quanto può avere influito sul carattere di Jobs l’abbandono del padre?

Moltissimo, perché lui si sentiva rifiutato. Quindi aveva questa grande inquietudine interiore di non sapere perché non fosse stato accettato dalla famiglia. Questo lo ha portato anche al viaggio in India.

Ma la cosa curiosa è che è un mago della comunicazione proprio per il fatto di sentirsi diverso non è riuscito ad instaurare dei rapporti empatici con i suoi amici. Infatti di Jobs sono famosi i licenziamenti dei collaboratori, anche quelli più stretti, fatti su due piedi, proprio perché lui non era capace di percepire cosa sentissero gli altri, visto che era molto chiuso.

È un paradosso: una persona che ci ha insegnato a comunicare, che non è capace a comunicare intimamente con gli altri.

E lei personalmente si ritrova nel carattere di Jobs?

Ma io lo invidio molto figuriamoci! Io cerco di fare il mio mestiere, la mia caratteristica è quella di essere un po’ anomalo rispetto alle altre figure professionali dei giornalisti.

Cioè, secondo me, l’idea del giornalista che fa solo quello è un po’ vecchia. Adesso in televisione si fa tutto: io ho fatto il Grande Fratello, mi sono buttato da un aereo, e quando do una notizia non c’è nessuno che mi dice «chissà se sarà vera». Cioè non ho perduto, e per questo ringrazio gli ascoltatori, la mia credibilità, pur introducendo un modo secondo me più moderno di stare in televisione.

Per esempio se voi vedete in America, quando vanno nei talk show gli scrittori (per esempio) fanno le peggiori cose: c’è chi balla, c’è chi canta.

Quando è andato Trump che a quei tempi era presidente degli Stati Uniti il conduttore chiese «posso darle una spazzolatina ai capelli?» E lui rispose «Si, prego». Ha fatto questo al Presidente degli Stati Uniti, per far vedere che fossero capelli suoi, che aveva delle chiazze vuote che copriva con quelli più lunghi.

Capito? Non è che il presidente è arrivato lì con la guardia del corpo che ha vietato di fare questa cosa, cioè si fa tutto. È vecchia l’idea dei compartimenti stagni.

Che segno ha lasciato nella Apple la morte di Steve Jobs?

Beh un segno naturalmente profondo perché l’azienda era sua anche se lui aveva avuto poi un periodo difficile, era stato allontanato, poi è tornato. Ma la Apple resta una sua creatura.

Lui però aveva indicato il suo successore, che è Tim Cook, che ha portato l’azienda ad avere un valore su Wall Street di 2.500 miliardi in più del Pil italiano.

Jobs era un perfezionista, è questa la chiave del suo successo o c’è anche altro?

Non era soltanto il suo perfezionismo. Era una persona molto attenta a quello che succedeva intorno, lui ha percepito che stava arrivando la rivoluzione tecnologica ed era un innovatore, cioè era uno che lasciava molto spazio, aveva molta fiducia nella sua lungimiranza, era un visionario.

Non ha mai fatto un indagine di mercato, non ne ha avuto bisogno, lui diceva che sapeva cosa desiderasse la gente.

Lei personalmente si ritrova nel carattere un po’ deciso e impaziente di Steve Jobs?

Ma io sono un umile giornalista, lui è un capitano di azienda.

Tenete presente che lui a un certo punto era capo non solo della Apple ma anche della Pixar, cioè lui ha cambiato anche il modo di fare i cartoni animati, i cartoni digitali li ha inventati lui. Quindi contemporaneamente faceva le due cose e questo, dice lui, lo ha portato ad un super stress che poi gli ha fatto abbassare le difese immunitarie, come sostiene Jobs, e purtroppo poi il cancro se lo è portato via.

Invece parlando della sua vita privata e giornalistica, ha mai pensato che le sue figlie potessero intraprendere il percorso di giornaliste?

«No. Io credo che i figli debbano seguire la loro strada, fanno tutte e due cose completamente diverse. Sono grandi ormai, una ha più di 30 anni l’altra quasi 30 anni.

Una insegna italiano in un liceo di Parigi, è abilitata. L’altra si è laureata alla Bocconi e lavora in un’azienda che aiuta piccole aziende a digitalizzarsi. Loro fanno la loro vita, il loro mestiere, le cose che gli piacciono, questa è la vita».

Le piacerebbe ad oggi tornare al timone di un programma televisivo?

Di un programma? Ma guarda che io ho in mente una cosa che ti sorprenderà! Guardate ora vi dico una cosa, su Facebook leggiamo sempre «abbiamo intrapreso, stiamo partendo, eccetera» queste sono cose che si usano sul Social, le cose le devono chiedere gli altri «ma tu stai facendo questa cosa qua?». Capito? Queste cose funzionano così.

Giulia D’Angelo e Ludovica Maltoni